Dono e gratuità è stato il tema al centro dell’incontro svoltosi martedì 23 marzo scorso, in modalità on line, sulla piattaforma Zoom, con il relatore Luigino Bruni, ordinario di Economia politica in «organizzazioni non profit» e «etica e cultura d’impresa», nel dipartimento di giurisprudenza, economia politica e lingue moderne alla Lumsa, nonché coordinatore internazionale del progetto «Economia di comunione». Si tratta del quarto incontro, tra evangelizzazione e cultura, incentrato sulla nota pastorale del vescovo Gian Franco «La Chiesa-Casa genera discepoli missionari», organizzato e promosso dalla Fondazione Accademia per proporre una riflessione su un tema più che mai attuale. Bruni lo ha fatto con Stefano Zamagni, promotore, cofondatore e attuale presidente della Sec (Scuola di economia civile), ma anche direttore scientifico del comitato per l’evento «Economy of Francesco», svoltosi a novembre scorso. In apertura, Bruni ha affermato che il tema del dono della gratuità tocca il cuore della civiltà, del cristianesimo, inquadrandolo anche dal punto di vista economico. Parlare di dono e gratuità, in questo tempo, non è facile o meglio è facile, ma dobbiamo legarlo al concetto di dono, alla gratuità di tanta gente che lo sta vivendo nel lavoro, negli ospedali, nel volontariato, nelle case di riposo, nel dare la vita per gli altri. Uno dei nodi da sciogliere è stabilire il rapporto tra dono e gratuità, perché a volte vengono usati come sinonimi, ma in realtà non è così. La gratuità è quella dimensione che distingue i doni di un certo tipo da altri, perché non tutti sono gratuiti. Ci sono anche doni che non sono gratuità perché pensati per legare gli altri, per manipolarli. Il dono è sempre stato, per sua natura, una realtà ambivalente. Non tutti i doni sono esperienze di gratuità: c’è il dono di tipo munus, che, secondo la concezione classica, è l’obbligo da ricambiare e tutte le civiltà conoscono questo aspetto perché noi stessi siano testimoni soprattutto della dimensione di obbligo del dono che si vive nelle cose più semplici. La gratuità è quella dimensione dell’agire che rende il gesto del dono un’esperienza liberante anche se è impossibile eliminare la dimensione di reciprocità, cioè il dono totalmente disinteressato. Paradossalmente, secondo l’interpretazione di Bruni, non esiste neanche nel Vangelo quando Gesù loda il lebbroso che è tornato, ma rimprovera gli altri nove lebbrosi che non son tornati a ringraziare. Anche Gesù è sensibile alla reciprocità, se pure va oltre. I doni sono sempre, comunque, l’inizio di un rapporto, sono faccende che chiamano l’altro all’interazione: si pensi al rapporto genitori/figli. La Bibbia ci racconta anche di doni «andati a male» partendo, per esempio, dal primo grande bisogno di doni: il racconto di Caino e Abele. La frustrazione verticale di Caino nei confronti di Dio per il mancato riconoscimento del dono, diventa violenza verso il fratello. Il profeta Isaia afferma: «quando vi fanno dei regali scuotete le mani, non li accettate» perché l’uomo antico sapeva che il regalo (da rex) la regalia, è quel tipo di dono senza gratuità. «Il dono – ha proseguito Bruni – risponde a regole di cui bisogna tener conto, deve richiederci uno sforzo, dietro di esso ci deve essere qualcosa di vivo, dove io ci metto del mio. Il dono ha bisogno di un certo spreco, è aperto alla dissipazione e non può seguire il registro del calcolo. La gratuità vera pone, infatti, di fronte all’altro senza mediatori, rende vulnerabili, poiché va oltre il calcolo delle equivalenze e delle garanzie. Essa è sempre potenzialmente una ferita, e per questo suo insopprimibile rischio tragico, la modernità l’ha espunta, per esempio, dai mercati e dall’economia, accontentandosi di categorie più innocue e trattabili». Luigino Bruni ha dedicato l’ultima parte dell’intervento al rapporto tra gratuità e gratitudine, tra dono e gratitudine, parole che hanno la stessa radice greca Karis (Grazia). La gratitudine ha molto a che fare con le dimensioni familiari della gratuità, quei rapporti importanti, decisivi: «come il grazie di quel collega nell’ultimo giorno di lavoro, uguale e diverso da tutti gli altri, scritto nel biglietto con il regalo di addio, quello dello studente con più difficoltà, che nell’ultimo giorno di scuola ti lascia sulla cattedra un post-it: «Grazie prof»». Nel mondo antico, greco-romano, il simbolo della gratitudine era la cicogna, che, secondo il mito, si occupava dei genitori, quando diventavano vecchi li accudiva e li nutriva; però la cicogna è anche il simbolo dei bambini. Le civiltà della cicogna sono quelle che hanno saputo tenere insieme la gratitudine verso i vecchi e l’amore per i bambini. Questo lo sapeva bene il quarto comandamento, che associa l’onora il padre e la madre al prolungamento dei nostri giorni sulla terra: «perché solo i figli – ha concluso professor Bruni – sanno allungarci la vita attraverso una catena di gratuità».

Antonello Mura

(dal numero 12 2021 di Libertà)