Sulla recente nota pastorale del vescovo, intitolata «La Chiesa-casa genera discepoli missionari», si è svolto, lo scorso 18 febbraio, in modalità online, il terzo incontro, tra evangelizzazione cultura, promosso dalla Fondazione Accademia con l’intento di riflettere su uno dei temi più importanti del magistero di monsignor Saba. La riflessione è stata affidata al gesuita J.P. Sonnet, ordinario di teologia biblica dell’Antico Testamento nell’università Gregoriana e nel Pontificio Istituto biblico, che, come relatore dell’incontro, ha affrontato il tema importante dal titolo: «Narrare e narrazione».
In apertura, padre Sonnet ha rivolto l’invito a entrare in un altro mondo, quello della narrativa nello spazio e nel tempo del passato remoto, mettendo a confronto diversi testi appartenenti a epoche diverse accomunate dall’impiego di quella forma verbale. La domanda che ha dato l’avvio alla riflessione è la seguente: cosa, precisamente, li accomuna? Il passato che conta viene raccontato al passato remoto, nel narrare si può, certamente, farne a meno, ma quella forma ha un’affinità con la storia raccontata, una collocazione ben precisa nella mente di chi legge che la dice lunga sul proprio modo di essere. Il filosofo MacIntyre sostiene, a questo riguardo, che l’individuo è homo narrans, la scrittrice Nancy Huston aggiunge, con piglio più femminile, che «la nostra specie è fabulatrice, la sola a lavorare a maglia delle storie per sopravvivere».
La scommessa da vincere è che potremmo riscoprire la forza della narrativa biblica se allo stesso tempo riscopriamo la forza del raccontare prima di tutto in famiglia. Padre Sonnet, infatti, ha fatto riferimento al testo di Marilynne Robinson «Gilead» che illustra, in modo avvincente, la centralità del narrare in famiglia. Se imitiamo il protagonista del libro, raccontando con un po’ d’arte la storia della famiglia ai figli, ai nipotini, capiremo meglio la «posta in gioco» nella Bibbia, capiremo meglio che cosa pulsa nella narrazione biblica perché in ambedue i casi si tratta della trasmissione della vita. A questo proposito si può osservare quanto nella Bibbia le due voci, quella del narratore e quella del genitore, siano legate.
Il Salmo 78, 3-6, fa di questo nesso il suo tema. In quanto voce della memoria collettiva, la scrittura non parla solo dei padri; ma anche a partire dai padri, e non soltanto dei figli dei Patriarchi; ma anche ai nostri figli. Certo, ha fatto notare padre Sonnet, durante la sua riflessione: «Esistono altri canali di trasmissione della fede: la liturgia, il catechismo, i gruppi biblici; ma forse abbiamo un po’ dimenticato che questi sono innestati su un vettore primordiale, vitale che è quello della generazione». La prima impostazione del narrare nella Bibbia è quella della risposta al figlio (Es 12, 26-27; Es 13,14). Lo stesso Papa Francesco non si stanca di ricordare questo asse generazionale della trasmissione della fede: «La vita si fa storia», centrato sulla dimensione esistenziale e vitale del racconto nelle nostre vite e nella vita cristiana -perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio- (Es 10,2). L’esperienza dell’Esodo, ci insegna che la conoscenza di Dio si trasmette soprattutto raccontando di generazione in generazione come Egli continua a farsi presente: il Dio della vita si comunica raccontando la vita.
Il teologo tedesco J.B. Metz, nella sua «Apologia del narrare», spiega il motivo della centralità del narrare della fede d’Israele e nostra, affermando che il racconto ha una virtù incomparabile all’interno dei discorsi della fede, quella di prendere sul serio la storia della sofferenza. Una teologia della salvezza che intende rispettare la storia della sofferenza non può essere semplicemente speculativa, argomentativa. Essa è sostanzialmente commemorativa e narrativa. Il nucleo dell’Antico Testamento è, infatti, il racconto della Pasqua e dell’Esodo; come il nucleo del Nuovo Testamento è il racconto della Pasqua del Signore, della sua Passione e Resurrezione. In entrambi i casi il racconto è il tramite della memoria, memoria della sofferenza e della maniera con cui Dio accompagna la sofferenza e la attraversa. Un racconto come quello ha una potenza magnetica, integrativa, impressionante.
Attorno al nucleo narrativo dell’Esodo si sono intrecciati tutti i racconti successivi della memoria d’Israele. Il racconto della Passione del Signore ha una forza magnetica simile. Secondo Meir Sternberg, in questi racconti emergono i tre universali della narrativa: la suspense, la curiosità e la sorpresa. Padre Sonnet ha concluso l’intervento sostenendo che la nostra identità, come discepoli, è narrativa. Affronta il presente e il futuro; ma sempre porta in sé un tocco di passato remoto. Il passato remoto più vivace che sia portatore di vita: la vita del Risorto.

Antonello Mura

(dal numero 8 2021 di Libertà)