Lunedì 7 marzo si è svolto online il terzo incontro del percorso formativo sulla pastorale della disabilità. In questa tappa l’intervento formativo è stato curato da don Pierangelo Muroni, sacerdote della diocesi di Sassari e docente di liturgia nella facoltà di teologia della pontificia università urbaniana di Roma.  Sempre nella capitale è docente di Liturgia delle Ore e lettura teologica della Sacrosanctum Concilium al pontificio istituto liturgico dell’ateneo; consultore, in qualità di esperto, dell’ufficio liturgico nazionale della Conferenza Episcopale Italiana; in diocesi, assistente dell’Unitalsi. Inoltre è autore di numerose pubblicazioni. In questo percorso è stato coinvolto per la sua preparazione specifica in campo liturgico, specialità non semplice da spiegare e far comprendere ai non addetti ai lavori; ma in quanto «innamorato», come lui dice, della liturgia, è stato in grado di trasferire quanto previsto da norme e rubriche da un piano squisitamente intellettuale al piano esistenziale della vita comunitaria. 

Semplice e chiaro nell’esposizione, ricca di contenuti e riferimenti, dal Diritto Canonico al Magistero, da Papa Francesco a Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, dai documenti del Concilio alle indicazioni della Cei, il relatore ha portato i partecipanti a riflettere sul tema ribaltando la prospettiva di approccio al problema: cosa vuol dire includere la disabilità nella liturgia e cosa vuol dire essere Chiesa? Il problema infatti non è la persona disabile, la disabilità, ma il problema principale è la ricomprensione dell’essere Chiesa.

Don Pierangelo ha ricordato che «siamo tutti sulla stessa barca». Tutti, non alcuni sì e altri no. Ne consegue che «l’assemblea liturgica è un corpo» anche se la pandemia ci ha portato spesso a vivere delle liturgie monche della presenza del popolo, con celebrazioni del solo sacerdote seguito on line dalla comunità, abituando alcuni fedeli al distanziamento e all’isolamento liturgico. Occorre invece riconquistare e riscoprire il gesto del «radunarsi» con tutto il popolo di Dio per ravvivare la consapevolezza di essere una comunità.

Don Pierangelo non ha risparmiato alcune provocazioni: «Si possono amministrare i sacramenti ad una persona disabile, e particolarmente alla persona disabile mentale?»  La risposta necessariamente porta a ribadire il concetto che «il problema non è il disabile, ancorché mentale, ma la comunità». È la comunità che deve essere accogliente e inclusiva delle persone disabili.

Pensiamo a come spesso viene usata l’espressione «messa del malato». In realtà ogni celebrazione deve essere vissuta con la presenza del malato e della malattia. Non possiamo più giustificare «l’assenza» (che non è solo il contrario di presenza, ma di presenza partecipativa) delle persone disabili, riferendoci alla loro capacità di comprensione e distinzione dei momenti e degli atteggiamenti liturgici. Le abilità cognitive non sono le uniche a veicolare la partecipazione alla fede e alla liturgia. Papa Benedetto XVI ci ricorda che «i disabili ricevono l’eucarestia nella fede della comunità che li accompagna», perché la fede ha un carattere ecclesiale, così come avviene per il battesimo dei bambini che ricevono il sacramento nella fede della comunità che li accoglie. 

Don Pierangelo in questo senso ha parlato di teologia affettiva perché fede e liturgia non possono essere appiattite e ridotte alla sola comprensione intellettuale: in primo luogo fede e liturgia significano fare esperienza del Signore. I sacramenti sono doni di Dio, segni efficaci della sua grazia, pertanto è un diritto delle persone disabili accedervi per celebrarli e condividere la vita della comunità. Non si tratta – è bene precisarlo – di una concessione che si fa alle persone disabili, ma di riconoscere che la liturgia o è inclusiva o non si realizza nella sua pienezza. Se nelle nostre celebrazioni mancano i disabili, manca una parte della comunità. Le comunità parrocchiali, le assemblee devono caratterizzarsi per una marcata pluralità e inclusività. 

La Cei ultimamente sta lanciando numerose sfide invitando a trovare forme, strategia e modalità nuove per arrivare ad un «noi» celebrativo che sia occasione per imparare a celebrare insieme, creando liturgie ospitali di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, passando dal sapere come si celebra al ripensare le celebrazioni con la presenza delle persone disabili che di fatto ci aiutano a rendere anche più creative le nostre celebrazioni. Non si tratta di introdurre qualche piccolo accorgimento, ma di riprogettare le liturgie con loro presenti. Una comunità che non sa celebrare a misura del disabile, forse non è in grado di celebrare.

Nell’ultima parte del percorso c’è stato l’invito a una riscoperta del valore della corporeità, anche quella della persona disabile. Siamo tutti corpo, non solo come corpo ecclesiale, ma anche come corpo fisico attraverso il quale siamo presenti. Fondamentale il collegamento alla fisicità del Cristo Crocifisso e martoriato sulla Croce, e come non ricordare quanto ci ha testimoniato Giovanni Paolo II fino agli ultimi giorni della sua vita terrena. Il corpo è lo strumento attraverso il quale si entra in relazione, è il luogo della fisicità e la liturgia deve abbracciare questa corporeità ed esprimerla nel celebrare riconoscendo anche alle persone disabili l’accesso alle varie ministerialità.  

Don Pierangelo in conclusione ha offerto delle tracce operative da approfondire e declinare nella nostra realtà diocesana e nelle singole realtà comunitarie. La lezione si è poi completata con la presentazione di un breve video e l’intervento dell’interprete Lis Simonetta Fara. La senzazione è quella di un cammino non semplice, ma ben avviato: conoscere il traguardo è un primo passo, importante, per seguire il sentiero e le modalità per camminare bene.

 

Articolo di Antonio Canu pubblicato sul numero 10 2022 di Libertà – Settimanale diocesano