Questo pomeriggio nella chiesa del Santissimo Crocifisso e Sant’Apollinare si è svolto il convegno storico – culturale intitolato “Crocifisso, soglia e focolare” organizzato dalla Fondazione Accademia, Casa di Popoli, Culture e religioni in collaborazione con l’Arcidiocesi di Sassari in occasione della festa del Santissimo Crocifisso. Durante il convegno sono intervenuti Don Andrea Stara, sacerdote della parrocchia, Alma Casula, storico dell’Arte esperta in restauro opere d’Arte per una relazione sulla storia e il restauro del crocifisso e Mirko Casu, direttore del Centro pastorale diocesano. All’arcivescovo e presidente della Fondazione Accademia Gian Franco Saba sono state affidate le riflessioni finali: << Occorre, al giorno d’oggi, continuare a coltivare la cultura: una via importante per dare linfa vitale alla persona umana. Cultura e devozione vanno di pari passo, la devozione nasce da un bisogno, da un’esperienza. Mi auguro che il momento culturale di oggi sia solo il primo di un lungo percorso>> .

Il crocifisso: cenni storici

Il Crocifisso ligneo di Sant’Apollinare risale nella sua arte al secolo quindicesimo. La chiesa parrocchiale è conosciuta nei documenti archivistici almeno dall’anno 1278, insieme alle altre dell’antico centro storico di Sassari: San Nicola, Santa Caterina, San Donato e San Sisto. Una parrocchia della quale parlava già nell’anno 1555 l’arcivescovo Salvatore Alepus nella sua relazione al Papa per la Visita ad limina apostolorum al tempo del Concilio di Trento. L’avvenimento che ha segnato la storia gloriosa del Crocifisso, anticamente contornato da un prezioso retablo, risale alla festa di Santa Lucia dell’anno 1651. In quel drammatico 13 dicembre 1651 si sprigionarono le fiamme, bruciando il telo che ricopriva la croce, il quale cadde sui fiori e sulle frasche che ornavano la statua della santa siracusana, protettrice dei sofferenti alla vista. Il terribile incendio si propagò anche alla chiesa, nella quale un uomo di nome Antonio si gettò tra le fiamme, salvando miracolosamente la parte della croce di Gesù dove erano le sante reliquie. Il rettore informò subito il vescovo Andrea Manca. La popolazione fortemente atterrita pensò al presagio di una sciagura gravissima che si sarebbe presto abbattuta sulla città. L’anno successivo – il 4 maggio 1652 – scoppiò la grande peste, che sconvolse quasi tutte le famiglie. Le memorie dicono che dei trentamila abitanti di Sassari soltanto cinquemila si salvarono. Il contagio della peste attraversò la Sardegna e giunse al di là del mare fino a Napoli. Il Crocifisso da Sant’Apollinare fu portato nella chiesa dei Frati Cappuccini a Sant’Antonio Abate, dove il popolo piangente innalzava al Cristo commoventi preghiere. Il 10 agosto la peste si placò e alle soglie della festa dell’Assunta fu elevato dal magistrato di città, dalla comunità ecclesiale e da tutti i cittadini, un voto solenne, accompagnato dall’accensione a Santa Maria di Betlem di sette grandi ceri, tutti «di pari dimensione e di pari valore», che diedero poi origine all’edificazione delle gigantesche fiaccole lignee chiamate «candelieri». Noi conosciamo queste storiche vicende dalle relazioni che ne fecero il rettore Diego Pilo Passamar e il giureconsulto Pietro Quesada Pilo, memorie che sono state messe in luce nel 1700 dal grande storico francescano Padre Antonio Sisco, che era nato vicino alla chiesa di Sant’Apollinare e in essa era stato battezzato col nome di Pietro Sisco. Il restauro del Crocifisso fu guidato dal rettore don Giovanni Francesco Passamar, che dopo aver assistito molti ammalati prese il contagio e morì di peste. E fu curato dall’artigiano e bravo artista Diego Manunta, che considerava il suo lavoro una preghiera e ogni giorno lo eseguiva in ginocchio. Ecco. Questa immagine ancora oggi guida i parrocchiani alla devozione verso il Santissimo Crocifisso e dovrebbe trasmettere il ricordo del miracolo alle nuove generazioni, guidando alla preghiera di gratitudine tutti i fedeli della città di Sassari.