Due incontri su piattaforma Zoom, promossi i giorni scorsi dalla Fondazione Accademia, nell’ambito della «Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani», con l’intento di fare il punto su alcune questioni importanti. Temi affascinanti legati alla riflessione più generale che ha fatto da filo conduttore all’evento annuale celebrato in tutto il mondo. Il primo era dedicato all’unità dei cristiani, il secondo incentrato sul nuovo vademecum per l’ecumenismo. Tema, quest’ultimo, trattato da Riccardo Burigana, direttore del Centro studi per l’ecumenismo in Italia, con la partecipazione di don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Un dibattito arricchito dagli interventi del vescovo Gian Franco e di don Giuseppe Faedda, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Argomenti d’attualità tenuto conto del fatto che lo scorso 4 dicembre, il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha pubblicato il nuovo documento dal titolo: «Il vescovo e l’unità dei cristiani, vademecum ecumenico».
Scorrendo fra le pagine del testo, si possono avere indicazioni utili per promuovere la partecipazione delle diocesi al movimento ecumenico, sotto la guida dei pastori e ispirati ai principi cattolici per l’ecumenismo. Lo stesso cardinale Kurt Koch lo scrive nella prefazione quando spiega che: «il Vademecum è offerto ai vescovi diocesani ed eparchiali per aiutarli a comprendere e ad attuare meglio la loro responsabilità ecumenica: un aspetto fondamentale del loro ministero episcopale». Ciò che emerge dal dialogo, è che il documento conferma le linee d’indirizzo avviate dal Vaticano II con la consapevolezza del ruolo della Chiesa cattolica. L’opera è divisa in due parti: «La promozione dell’ecumenismo nella Chiesa cattolica» e «Le relazioni della Chiesa cattolica con gli altri cristiani». Nella prima, il testo evidenzia che: «L’impegno ecumenico del vescovo non è una dimensione opzionale del suo ministero, bensì un dovere e un obbligo» e aggiunge: «Il servizio dell’unità non è solo uno dei tanti compiti del ministero del vescovo: ne costituisce un aspetto fondamentale», secondo uno stile sinodale. Nella seconda parte, vengono presentate le declinazioni dell’opera ecumenica: ecumenismo spirituale, dialogo della carità, della verità e della vita.
Quest’ultimo distinto in ambito pastorale, pratico e culturale. Sostanzialmente diverso il tema trattato il giorno successivo, 28 gennaio, nel secondo appuntamento del ciclo d’incontri tra evangelizzazione e cultura incentrato sulla nota pastorale di monsignor Saba: «La Chiesa-Casa genera discepoli missionari». Tema affidato a Fabrizio Carletti, del centro Studi Emmaus, il quale, invitato dalla Fondazione, ha trattato il tema del «Cambiamento d’epoca». Il relatore, nella prima parte ha approfondito cosa s’intenda per cambio d’epoca, qual è la portata di questo concetto.
Se accettiamo la tesi del cambiamento, infatti, quando pensiamo ai passi da compiere per il futuro dobbiamo comprendere che questi non possono essere più determinati solamente dalle conoscenze di cui oggi disponiamo, si è creata una frattura epistemologica di comprensione della realtà e la conoscenza non avviene più per accumulo. Non avendo compreso appieno quest’aspetto, siamo portati a rivolgerci delle domande che caratterizzano preoccupazioni sociali e pastorali proprie dell’epoca precedente, domande in funzione di un adattamento. Per cui, se comprendessimo fino in fondo l’esistenza di questa frattura, inizieremmo a rivolgere a noi stessi domande nuove senza trovare delle risposte. Insomma, occorre passare dal problem solving al poblem setting, cioè ridefinire il quadro cambiando anche paradigma, modello, attraverso il discernimento, il cui primo passo è la consapevolezza per avviare un processo di cambiamento. Nella seconda parte, il relatore ha delineato le modalità di come si abita un cambio d’epoca, a cui non si può sfuggire perché è un elemento della realtà. Carletti ha ribadito anche che è necessario cambiare le domande che ci facciamo e il Vangelo, al riguardo, ci dà un’indicazione importante quando esorta a tornare bambini, perché loro non si chiedono cosa, come e quando, ma «Perché?». A questa domanda si risponde, come rimarcato nella nota pastorale, narrando la storia personale, dicendo da dove si viene e perché. Diversamente potremmo cadere nella dimensione identitaria, altrimenti la storia diventa una recriminazione e non una relazione.
Un ulteriore passaggio, per affrontare il cambio d’epoca, è quello di modificare l’approccio d’analisi e di apprendimento. È necessaria una nuova forma di conoscenza che non avviene più dall’esterno, ma dall’interno attraverso una via attentiva rispetto all’esperienza, traendo nuove risorse simboliche per poter ridare senso, risignificare la realtà. Questa via non chiude, ma apre perché non vuole possederla. Essa abita la complessità e la domanda, è più artigianale e più sperimentale, è più estetica, puntando di più alla bellezza e alla narratività.

Antonello Mura

(dal numero 5 2021 di Libertà)