Chiedersi se Dante a distanza di settecento anni possa essere ancora in grado di dire qualcosa sarebbe come fare una domanda retorica. La cosa curiosa, invece, è tentare di capire cosa l’autore della Commedia, se potesse parlare, direbbe agli uomini del Terzo Millennio. E non sembri, questo, un azzardo, visto che Dante Alighieri – lo dicono gli esperti di storia letteraria – ha anticipato, con il suo pensiero e le sue opere, tanti di quei temi che faranno parte del dibattito culturale nei secoli successivi. A questo interrogativo ardito hanno tentato di dare risposta due insegnanti: Laura Mollica e Maurizio Muraglia, esperti, rispettivamente, di storia dell’arte e di lettere. Le loro riflessioni e le loro «provocazioni» sono contenute nel volume, edito da Di Gerolamo (aprile 2021), «Danta parla ancora?», uno studio appassionato e originale, già recensito da Libertà, in cui gli autori presentano il Sommo Poeta come uomo del nostro tempo con l’intento di favorire un approccio alla Commedia agile e capace di suscitare interrogativi, quando non veri e propri percorsi di meditazione incentrati su temi esistenziali sempre attuali come l’amore, l’odio, il desiderio, la libertà, la responsabilità etc. Di questo e tanto altro si è discusso i giorni scorsi nell’auditorium Giovanni Paolo II di largo Seminario, durante una bella serata, organizzata e promossa dalla pastorale giovanile e dalla Fondazione Accademia, con il patrocinio della Fondazione di Sardegna e il supporto logistico della libreria Koinè. Dopo l’introduzione del giornalista Franco Camba e la lettura del primo canto del Paradiso, curata dall’attore Daniele Monachella, la serata ha preso il via con l’intervento degli stessi autori che, commentando i versi del Paradiso, hanno proposto una originale rilettura del poema dantesco soffermandosi, in particolare, su quei temi cari ai giovani del Terzo Millennio. Per centrare l’obiettivo, infatti, Mollica e Muraglia, mediante una sorta di artificio letterario, hanno collegato la Commedia con il pensiero di intellettuali e scienziati della caratura di Bauman, Morin, Galimberti, Recalcati, ma anche con artisti come Doré e Dalì e cantautori come Battiato, Dalla, De André o Vecchioni. I ragazzi, grazie anche all’illustrazione di alcune miniature, conservate al British di Londra, sono stati coinvolti in una appassionante conversazione condotta attraverso il tempo nell’intento di riscoprire, reinterpretandola in chiave contemporanea, un’opera senza tempo. Naturalmente lo sguardo era costantemente rivolto anche agli insegnanti, non solo a quelli presenti in auditorium, ma a tutti coloro che desiderino rendere lo studio della Commedia più formativo e trasversale, mettendo da parte il nozionismo che spesso svilisce il valore di opere straordinarie come quella dantesca.

Un messaggio rivolto anche a coloro che, avendo studiato le terzine da ragazzi, desiderino recuperarne l’attualità e scoprire cosa Dante possa dire o suggerire all’uomo contemporaneo: «Perché il suo medioevo – ha fatto notare Franco Camba introducendo gli ospiti – non è poi così lontano, ma qui e ora. Le paure, le ignoranze, la sete di Dio e la presenza del male sono in realtà la storia umana di oggi e di sempre». E allora, affiancando il Sommo lungo il corso del viaggio, l’uomo, anche quello dell’era digitale, può entrare in una dimensione profonda, ma soprattutto può comprendere che il sapere e la conoscenza recano con sé, sempre, un messaggio di speranza. La partecipazione dei ragazzi è stata attiva e creativa e non sono mancati gli interventi e le curiosità. L’evento – a cui hanno preso parte, fra gli altri, l’arcivescovo Gian Franco Saba, Antonello Canu, direttore area operativa della Fondazione Accademia, don Giuseppe Faedda, responsabile della pastorale giovanile e don Andrea Piras, rettore del seminario, che ha fatto gli onori di casa – si è concluso nei nuovi spazi del Posto Affianco, la sede, interamente dedicata ai giovani, voluta fortemente dal vescovo Gian Franco, che già in occasione del suo insediamento, quattro anni fa, salutando la città, in una piazza d’Italia gremita, aveva espresso il desiderio di destinare ai giovani un luogo, anche fisico, in cui consentire loro di riunirsi, per pensare, costruire, incontrarsi e poter incontrare il vescovo.

 

Articolo di Antonio Meloni pubblicato sul numero 34 2021 di Libertà – Settimanale Diocesano